Quelle compressive a carico delle vertebre sono una delle tipologie di fratture più frequenti nel paziente osteoporotico: nei soli Stati Uniti si contano più di 750000 nuovi casi all’anno. I dati, sempre statunitensi, forniti nello studio di Amin del 2014, raccontano di un preoccupante aumento dell’incidenza di tale complicanza. Un’indagine canadese incentrata sullo stesso periodo ventennale (fine anni ’80 – 2010) ha rilevato un generale decremento delle fratture osteoporotiche, eccezion fatta proprio per quelle vertebrali.

Uno studio tedesco del 2013 stima un’incidenza pari a 307 eventi ogni 100000 pazienti l’anno, nel paziente sopra ai 50 anni, soprattutto nel grande anziano: tra le donne, la frequenza tra gli 85 e gli 89 anni risulta 8 volte maggiore rispetto alla fascia 60-64. Lo stesso studio stima in 6490€ il costo medio per il sistema sanitario, derivante da una frattura vertebrale, solo nel primo anno a essa successivo.

Questo tipo di fratture possono essere asintomatiche o indurre manifestazioni dolorifiche sia in maniera acuta che cronica. Possono esitare nell’insorgenza di problematiche connesse con la mortalità e la morbilità dell’osteoporosi: deformità spinali, limitazione funzionale, riduzione della funzione polmonare.

Fratture vertebrali: vertebroplastica percutanea

Il trattamento delle fratture vertebrali è generalmente limitato al controllo del dolore in fase acuta, al riposo e alla fisioterapia e si associa necessariamente alla gestione clinica-preventiva della malattia osteoporotica sottostante. Ciò nella maggior parte dei casi porta la frattura a guarigione nel giro di qualche mese, anche se alcuni pazienti esitano in dolore e disabilità permanenti.

La vertebroplastica percutanea, descritta per la prima volta da Gilbert nel 1987, applicata inizialmente al trattamento dell’angioma vertebrale e, successivamente, a quello di fratture vertebrali sia benigne che maligne. Si tratta di una procedura che può essere condotta in regime di anestesia generale ma anche di sedazione endovenosa, sotto guida fluoroscopica (è una metodica di radiologia interventistica, neurochirurgia o chirurgia ortopedica). Prevede l’inserimento per via transpedicolare (la quale costituisce anche un’opzione nella chirurgia dell’ernia) di una quantità ridotta (pochi millilitri) di cemento osseo biocompatibile, semisolido, a base di polimetilmetacrilato (PMMA). L’accesso percutaneo di Gilbert rappresentò senza dubbio un deciso avanzamento rispetto alla chirurgica open, descritta solo 3 anni prima da Deramond.

Pure in assenza di un corpus di evidenze consistente (in termini di trial clinici randomizzati), le indicazioni sul rapido e notevole decremento del sintomo dolorifico susseguente alla procedura ne hanno favorito l’impiego clinico, che in paesi come gli Stati Uniti è andato via via crescendo.

Il processo che sottende tale efficacia clinica, in effetti, non è ancora stato del tutto compreso. Almeno tre possibili meccanismi sono stati proposti: la stabilizzazione meccanica dell’osso fratturato, la termoablazione delle terminazioni nervose conseguente alla polimerizzazione del cemento, oppure un’effetto analogo ma di tipo chimico.

A fine 2018 Buchbinder e colleghi, hanno sentito l’esigenza di aggiornare una precedente revisione sistematica Cochrane sull’argomento. Il lavoro ha stabilito (ribadito) che, in realtà, alla luce di un’evidenza di grado qualitativamente moderato o elevato, l’impiego nelle fratture osteoporotiche acute o subacute della tecnica della vertebroplastica percutanea, confrontata con un placebo, non induce significativi benefici per quanto riguarda dolore, disabilità o qualità della vita in generale.

Riferimenti bibliografici relativi a vertebroplastica percutanea

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29618171