La malattia renale cronica, termine equivalente alla dicitura anglosassone chronic kidney disease (CKD) rappresenta un quadro che porta a progressivo danneggiamento della funzionalità renale e favorisce l’insorgenza delle relative complicanze. La CKD è in grado di condurre a un quadro non reversibile di insufficienza renale, la quale a sua volta può esitare a un quadro, detto end-stage renal disease (ESRD), che necessita una terapia sostitutiva (dialisi o trapianto renale).

La malattia renale è un quadro assai comune, in quanto favorito da diverse patologie, molte delle quali a loro volta comuni. La revisione sistematica di Hill e colleghi (PLoS ONE 2016) riferisce una prevalenza globale della CKD compresa fra l’11 e il 13%.

Il rene è un organo chiave nel bilancio del calcio all’interno dell’organismo: rappresenta un vertice di un triangolo insieme con la riserva fondamentale scheletrica e con l’intestino, organo di assorbimento dalla dieta. Nonostante i meccanismi fisiologici e regolatori siano piuttosto complessi, la definizione del bilancio è concettualmente semplice, essendo calcolabile come differenza tra quote di calcio eliminate (urina e feci) e reintegrate (riassorbimento renale, neoassorbimento intestinale). Un soggetto sano adulto presenta un bilancio del calcio sostanzialmente neutro, mentre il soggetto in crescita (e in particolare il suo scheletro) esige un bilancio altamente positivo; al contrario, l’anziano e soprattutto la donna in età post-menopausale presentano un bilancio negativo. I processi di mantenimento del bilancio divengono naturalmente più complessi in corso di nefropatia cronica.

Intake corretto di calcio nel paziente con nefropatia cronica

Spiegel e Brady (2012) hanno studiato il bilancio di calcio in pazienti affetti da CKD di grado moderato (da 3 a 4) a due regimi dietetici, equivalenti a un intake di 800 e 2000 mg/die di calcio elementare, effettuando anche un confronto con un gruppo di controllo (pazienti sani) ugualmente numeroso. Pazienti sani e malati mostravano indifferentemente un bilancio neutro o lievemente negativo. Al regime più elevato, il bilancio va incontro a un innalzamento significativamente superiore nei soggetti nefropatici.

I 2000 mg/die corrispondono peraltro al limite massimo tollerabile per la popolazione generale fissato sia dall’Istituto di Medicina degli Stati Uniti, lo stesso suggerito per i pazienti con CKD di grado 3-5 dalle linee guida della National Kidney Foundation, le quali raccomandano una restrizione della dose in presenza di ipercalcemia persistente o ricorrente, oltre a una generale limitazione dell’uso di leganti del fosfato a base di calcio.

Lo studio precedentemente citato, tuttavia, suggerisce come la soglia vada rivista al ribasso nel caso dei pazienti affetti da CKD di grado almeno moderato. I modelli di paziente con ESRD (i quali correrebbero un rischio non giustificabile sottoponendosi a uno studio clinico) mostrano un aumento di concentrazione di calcio nel fluido extracellulare, con rischio di ritenzione, nel momento in cui l’intake dietetico supera i 1500 mg/die.

In conclusione con un intake di calcio in un soggetto adulto sano pari a 1000–1200 mg/die, pare consigliabile abbassare a 800-1000 i livelli adeguati a un nefropatico cronico.

Riferimenti bibliografici

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4934905/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22297674

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5442193/pdf/11914_2017_Article_368.pdf

https://www.niddk.nih.gov/health-information/kidney-disease/mineral-bone-disorder