Con lo scoppio dell’emergenza legata alla pandemia di COVID-19, il Centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) ha raccomandato di dare priorità alle visite urgenti e di evitare, ove possibile, di recarsi presso le strutture sanitarie.

Cosa ha significato questo per i pazienti affetti da osteoporosi?

I problemi muscoloscheletrici secondo le priorità del CDC

La pandemia ha avuto un effetto considerevole su diversi fronti:

  • Nella prima metà dello scorso anno si è verificato un afflusso molto ridotto di pazienti negli ambulatori e nelle cliniche dedicate alla cura dell’osteoporosi;
  • In molti ospedali i reparti di ortopedia sono stati ridotti per agevolare la realizzazione di reparti “COVID”.

Tuttavia, il ritardo delle visite dei pazienti non Covid ha provocato dei danni importanti alla popolazione e il CDC si è dunque nel corso dell’anno nuovamente espresso con delle linee guida aggiuntive per “dare priorità ai servizi che, se differiti, con maggiore probabilità si tradurrebbero in un danno importante”.

Anche in questo caso, però, i pazienti con problemi di osteoporosi non sono stati tutelati: le probabilità di danno per problemi muscoloscheletrici intercettati con ritardo, infatti, secondo le raccomandazioni del CDC, sono state considerate “lievi”. La raccomandazione del CDC per la gestione di tutti questi pazienti è quindi, secondo le linee guida, di “organizzare un percorso di assistenza non appena possibile”.

L’effetto della pandemia sui pazienti con osteoporosi

Tutto ciò, nella pratica, cosa ha comportato per i pazienti con osteoporosi?

  • Dimissioni rapide dopo intervento per frattura dell’anca, spesso senza trattamento antiosteoporotico, senza riabilitazione post-chirurgica adeguata e senza ulteriori raccomandazioni per il follow-up.
  • Il trattamento dei pazienti che hanno subito una frattura probabilmente è sceso a livelli quasi impercettibili.

Oltretutto, c’è da aggiungere che presumibilmente, questo problema sarà scarsamente valutato finché l’osteoporosi rimarrà in fondo alla lista delle patologie “critiche”.

Fragilità ossea in pazienti con COVID-19

A tutto ciò va anche aggiunta una riflessione circa la tipologia di pazienti che oggi viene maggiormente ricoverata per COVID-19.

Si tratta di persone con un’età media > 60 anni, con almeno una comorbilità e che presentano un aumento dei livelli di citochine pro-infiammatorie. Tutti fattori di rischio per frattura ossea, cui si aggiunge anche l’immobilizzazione prolungata e il trattamento con glucocorticoidi a lungo termine. La fragilità ossea compromette ulteriormente lo stato di salute di questi pazienti, rallentando il completo recupero fisico e delle attività di vita quotidiane.

Nelle persone di età pari o superiore a 65 anni, inoltre, l’immobilizzazione determina anche una rapida perdita di massa muscolare e di forza muscolare che, insieme alla coesistenza di altre comorbilità correlate a COVID-19, come l’infiammazione cronica e la fragilità ossea, contribuisce ad aumentare la probabilità di cadute.

Le raccomandazioni delle società scientifiche

Considerando le attuali barriere imposte dal momento storico nel visitare i pazienti con osteoporosi, l’importanza di garantire l’aderenza al trattamento dovrebbe essere enfatizzata.

Sono state rilasciate delle linee guida specifiche sul trattamento dell’osteoporosi e sull’assunzione di Vitamina D durante la pandemia dall’American Society for Bone and Mineral Research (ASBMR), dalla American Association of Clinical Endocrinologists, dalla Endocrine Society, dalla European Calcified Tissue Society e dalla National Osteoporosis Foundation Society.

  • Per i pazienti che subiscono fratture da fragilità, il trattamento farmacologico dovrebbe essere iniziato subito dopo la frattura e l’assistenza multidisciplinare è fondamentale.
  • Sono urgentemente necessari modelli di assistenza alternativi, con gruppi multidisciplinari di supporto che possano arrivare al paziente e al caregiver anche con la telemedicina.
  • Anche il trattamento con la vitamina D dovrebbe essere raccomandato, allo scopo di esercitare benefici non solo sull’osso ma anche sul muscolo e sul sistema immunitario.

Evidenze real-life di efficacia dei trattamenti sulla popolazione italiana

Che il trattamento tempestivo possa essere di aiuto nei pazienti con fragilità ossea è stato osservato anche nella pratica clinica proprio sulla popolazione italiana.

In uno studio retrospettivo su 3475 pazienti di oltre 50 anni ricoverati per frattura del femore o delle vertebre, si osserva già il primo dato esposto in precedenza sul mancato trattamento e la mancata aderenza alle linee guida: il 41,5% dei pazienti, infatti, non ha ricevuto alcun piano terapeutico specifico per la fragilità ossea. Tra i pazienti trattati l’83,6% aveva anche ricevuto una supplementazione a base di Calcio e Vitamina D.

I dati a 3 anni di follow-up dimostrano che il rischio di successiva frattura era del 44,4% ridotto nel gruppo di pazienti trattati con farmaci specifici (p <0,001), e questa riduzione arrivava al 64.4% nel caso di supplementazione con Calcio e Vitamina D (p <0,001).

Anche nel setting di real-life si evidenzia quindi quanto stabilito dalle linee guida, ovvero che un trattamento dell’osteoporosi e l’aderenza terapeutica, in particolare se combinato all’assunzione di Calcio e Vitamina D, correla con un rischio ridotto di ri-frattura e morte per tutte le cause.

Evidenze real-life di costo-beneficio dei trattamenti sulla popolazione italiana

Per questa stessa popolazione italiana in esame, è stata anche effettuata un’analisi relativa ai costi sanitari.

Quello che è emerso è che il costo sanitario annuale medio per paziente è stato di € 9.289,85 nel gruppo non trattato e di € 4.428,26 per i soggetti trattati (p <0,001). Inoltre, il costo medio annuo dell’assistenza sanitaria per il gruppo trattato con solo farmaco per l’osteoporosi è risultato maggiore rispetto al gruppo con farmaco per l’osteoporosi più Calcio/Vitamina D (5.976,88 € vs 4.124,74 €, rispettivamente, p <0,001). I costi di ospedalizzazione rappresentano la maggior parte dei costi totali in tutti i gruppi di pazienti.

Scegliere trattamenti consolidati

In questo particolare momento storico, la decisione di cambiare classe di farmaci potrebbe non essere la più consigliata. Per i pazienti, poter contare su un trattamento a loro familiare di comprovata efficacia e facile da maneggiare è importante per limitare gli accessi agli ambulatori e massimizzare l’aderenza.

Conclusioni

In conclusione, per rispondere alla minaccia posta ai sistemi sanitari, agli individui e alle loro famiglie dalla pandemia di COVID-19, è importante dare la priorità alla salute generale degli anziani e sostenere la tempestiva cura delle fratture da fragilità acute e a lungo termine.

Bibliografia

Girgis. Osteoporosis in the age of COVID-19. 2020

Napoli. Managing fragility fractures during the COVID-19 pandemic. 2020

Degli Esposti. Use of antiosteoporotic drugs and calcium/vitamin D in patients with fragility fractures: impact on re-fracture and mortality risk. 2018

Degli Esposti. Economic Burden of Osteoporotic Patients with Fracture: Effect of Treatment  With or Without Calcium/Vitamin D Supplements. 2020