La densità minerale ossea, comunemente indicata anche in Italia con l’acronimo BMD (bone mineral density), è la variabile misurata dalla tecniche di mineralometria ossea computerizzata (MOC). Essa dipende dal picco di massa ossea raggiunto al picco di sviluppo, copre per il 60-80% della resistenza meccanica dell’osso e varia sulla base di diversi fattori fisiologici (genetici, ormonali, nutrizionali), farmacologici e patologici.

La BMD possiede un potere predittivo pari a quello della pressione arteriosa per lo stroke e superiore a quello della colesterolemia per l’infarto miocardico, che può aumentare se vi si aggiunge l’analisi di ulteriori dati clinici.

Su queste basi, si può affermare con certezza che la BMD costituisce a tutti gli effetti il fattore predittivo principale del rischio fratturativo nel paziente osteoporotico.

Quanto affermato finora è già stato ampiamente enunciato in diversi altri articoli comparsi su queste stesse pagine. Un elemento di novità sul quale riflettere consiste nello studio di ulteriori possibili fattori indipendenti dalla BMD stessa.

Il lavoro di Malgo, condotto presso l’Università di Leida (Olanda) e pubblicato su Archives of Osteoporosis nel 2016, ha valutato i fattori secondari in un pool di 709 pazienti osservati nell’arco di 2 anni presso il centro specialistico (secondo il modello del “fracture liaison service”, detto anche “fracture unit”) locale, dove erano stati indirizzati proprio a seguito di un evento fratturativo. Il campione, di età media 66.0 ± 9.8 pari a anni e con prevalenza (73%) di individui di sesso femminile, è risultato così suddiviso dopo la valutazione della BMD tramite MOC-DXA: 391 casi (pari al 55% del totale) di osteopenia e 201 (28 %) di vera e propria osteoporosi; i rimanenti 117 pazienti (17 %) riportavano quadri di normalità. I dati sono risultati incompleti per 23 pazienti, sicché 686 (385 + 199 + 102) sono i casi portati a termine dello studio. Per quanto riguarda la sede di frattura, l’anca e le vertebre sono risultate coinvolte, rispettivamente, in 60 (9%) e 40 pazienti (6%), mentre la netta maggioranza (586 casi, 85 %) riportava fratture in altre sedi (soprattutto polso, omero prossimale e caviglia).

I pazienti sono stati sottoposti a una valutazione anamnestica – fisiologica, patologica, familiare, farmacologica – dettagliata e laboratoristica (calcio, albumina, fosfatasi inorganici, fosfatasi alcalina, potassio, sodio, urea, creatinina, TSH, PTH, 25(OH)D e P1NP).

Dall’applicazione del fracture risk assessment tool (FRAX) è emerso che un consistente numero di pazienti (57%) in tutto il pool riporta almeno un fattore secondario – fumo (18%), eccessivo consumo di alcool (12%), terapia steroidea (12%) e artrite reumatoide (3%) – che risulta, quindi, indipendente dal dato della BMD. Anzi, incrociando i dati con la BMD stessa, non si ritrovano differenze statisticamente significative nei 3 gruppi.

Ai fattori clinici si aggiungono quelli riconosciuti dagli esami di laboratorio: nefropatia cronica (13%), gammapatia monoclonale (13%) e iperparatiroidismo primario o secondari (1 e 6%).

In conclusione, dal punto di vista clinico, tali indicazioni possono essere particolarmente importanti nella prevenzione delle fratture nel paziente non ancora indagato in maniera specialistica, soprattutto se si pensa che nel 41% dei casi osservati i fattori secondari sono di tipo reversibile.

Letteratura sui fattori di rischio frattura

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4764633/pdf/11657_2016_Article_258.pdf