Negli anni sono state proposte evidenze contrastanti riguardanti la correlazione fra un mancato bilancio fra intake proteico e metabolismo del calcio.

Riguardo a un elevata assunzione di proteine, in passato sospettata di predisporre alla perdita di calcio da parte dell’osso, le ultime evidenze disponibili depongono favorevolmente. Questa avrebbe infatti un impatto complessivamente positivo sulla salute dell’osso, promuovendo l’assorbimento del calcio e il metabolismo del tessuto. Su queste basi non troverebbero pertanto riscontro le indicazioni a ridurre l’intake proteico.

Per contro, si prendano in considerazione i possibili effetti di una dieta povera di proteine, che si rifanno ad alcuni lavori di alcuni anni fa e, in modo particolare, a un’importante review di ambito statunitense, pubblicata da Kestetter su Journal of Nutrition di marzo 2003.

Si definisce fabbisogno proteico il quantitativo di proteine alimentari necessarie all’organismo al fine di soddisfare il proprio fabbisogno nutrizionale e mantenere le proprie riserve e l’omeostasi in generale. Così come il fabbisogno energetico generale, questo dato subisce variazioni importanti su base anagrafica e anamnestica.

Intake di proteine e dieta ipoproteica

Viene comunemente identificato dal dato della dose giornaliera raccomandata (recommended daily allowance RDA), che per le proteine è pari a 0.8 grammi prokilo.

I dati statunitensi (studio NHANES) riferiti al periodo 2001-2014 e, pertanto, più aggiornati di quelli a disposizione di Kestetter, sottolineano come, nonostante la maggior parte della popolazione statunitense superi le dosi minime raccomandate, si osserva un deficit di intake proteico in una percentuale considerevole – 13 e 11% rispettivamente – di anziani (> 71 anni) e, soprattutto, adolescenti di sesso femminile (14-18 anni), gruppo quest’ultimo che può essere particolarmente danneggiato da tale condizione.

Gli studi più recenti attestano come un alto intake proteico abbia un’azione sinergica con il calcio (che è il regolatore principale del proprio stesso livello). Essa induce, infatti, l’assorbimento del calcio a livello intestinale e, di conseguenza, ne sfavorisce il riassorbimento renale, inducendo ipercalciuria.

Al contrario, un ridotto intake proteico agisce in acuto riducendo l’assorbimento intestinale e portando a ipocalciuria. Inoltre, l’ipocalcemia attiva per feedback negativo il rilascio dell’ormone ipercalcemizzante (paratormone) a livello paratiroideo: si tratta perciò di una forma di iperparatiroidismo secondario.

Lo stesso Kestetter ha seguito fino a 7 settimane un campione di donne sottoposte a dieta povera di proteine. Fino a 4 settimane è stata riscontrata la permanenza tanto dell’ipocalciuria quanto dell’iperparatiroidismo, il quale è però andato a risolversi successivamente. Questo rilievo è presumibilmente indicativo dell’attivazione progressiva di un meccanismo compensatorio.

Il quesito più importante che ne consegue è se l’eventuale cronicizzazione di un quadro acuto non corretto sia in grado di condizionare negativamente il metabolismo osseo, come sembrerebbero suggerire gli studi epidemiologici.

Riferimenti bibliografici relativi alla dieta ipoproteica

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22127335

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4659357/pdf/nihms-735357.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/29931213/