Campi di utilizzo del clodronato

Il clodronato rappresenta il capostipite della famiglia farmacologica dei bifosfonati, prima molecola di questo tipo ad essere stata sia sintetizzata che impiegata in ambito clinico. In questo senso viene ininterrottamente studiato a partire dalla seconda parte degli anni ’90 nel contesto del trattamento dell’osteoporosi post-menopausale. L’uso di questa molecola si è poi allargato a una varietà di disordini osteometabolici: malattia di Paget, ipercalcemia paraneoplastica, lesioni osteolitiche primitive o metastatiche, mieloma multiplo, iperparatiroidismo primitivo, algodistrofia.

In aggiunta, in letteratura si rilevano indicazioni all’uso del clodronato nella prevenzione della perdita ossea e nella stabilizzazione in caso di sostituzione d’anca, o ancora in presenza di patologie come osteomieliti, bone marrow edema, sindrome dolorosa regionale complessa – in questo senso si sta cercando di comprendere al meglio il potenziale antinfiammatorio di questo farmaco di modo da poterlo maneggiare clinicamente – osteoartrite erosiva, artrite reumatoide, osteogenesi imperfetta.

Come per altri bifosfonati, è indicata oggi un’assunzione per os su base quotidiana, nonostante la carenza di studi ponte dimostranti l’equivalenza della dose rispetto alla somministrazione parenterale (intramuscolare o endovenosa).

Clodronato: revisioni della letteratura

Su Clinical Cases in Mineral and Bone Metabolism, nel 2015, sono state pubblicate da distinti gruppi di lavoro italiani altrettante mini-review facenti il punto sull’attuale impiego clinico della molecola e sulle possibili prospettive future.

Il gruppo di Filipponi ha valutato l’effetto del farmaco, per via endovenosa, a cadenza trisettimanale, alla dose di 200 mg, rilevando un incremento significativo della densità ossea minerale, con un trend positivo stabile. A quel punto, indicazioni similari sono state ricercate con somministrazioni diverse: i migliori risultati sono stati ritrovati con una somministrazione pari a 100 mg intramuscolo ogni 10 giorni e l’assunzione per os quotidiana di 400 mg. Indagini ulteriori, come quella di McCloskey, hanno raddoppiato tale dosaggio a 800 mg. Tale studio dimostra la riduzione a tre anni dell’effetto preventivo delle fratture; ulteriori analisi hanno stabilito l’efficacia in questo senso sia nell’osteoporosi post-menopausale che nelle forme secondarie, indipendentemente dalla presenza o assenza di fratture vertebrali al baseline.

Attualmente, si può indicare il clodronato come la più maneggevole molecola della classe dei bifosfonati, indicando in una somministrazione intramuscolare pari a 200 mg a cadenza bisettimanale (equivalente a 100 mg a settimana) un valido compromesso terapeutico. Gli standard terapeutici attuali al trattamento dell’osteoporosi indicano il rischio fratturativo del 7% calcolato tramite lo strumento FRAX (che combina il BMD con diversi fattori anamnestici) come un cutoff valido nel giustificare l’uso clinico del farmaco.

Letteratura di approfondimento sul Clodronato

https://www-ncbi-nlm-nih-gov.pros.lib.unimi.it:2050/pmc/articles/PMC4625784/

https://www-ncbi-nlm-nih-gov.pros.lib.unimi.it:2050/pmc/articles/PMC4869950/