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Aspetti endocrini delle malattie neuromuscolari

L’approccio diagnostico e terapeutico alle malattie neuromuscolari chiede al clinico di valutare diverse condizioni di malattie che vanno oltre il quadro neuromuscolare specifico che ha portato il paziente all’osservazione del neurologo. Tra gli aspetti extraneurologici sono particolarmente frequenti le alterazioni endocrino-metaboliche, che sono in alcuni casi determinate dalle alterazioni genetiche che causano la malattia neuromuscolare come nelle distrofie miotoniche tipo 1 e tipo 2, in cui frequente e spesso precoce è la comparsa di infertilità e ipogonadismo. Inoltre gli studi più recenti dimostrano che il muscolo è caratterizzato da una funzione endocrina, mediata dal rilascio di miokine, la cui integrità è fondamentale per l’omeostasi di altri metabolismi, come quello osseo e quello glucidico. In questa presentazione si illustrano le acquisizioni più recenti relative a tali aspetti nelle più comuni patologie neuromuscolari.



Ipoparatiroidismo: dalla diagnosi alla terapia

L’ipoparatiroidismo cronico è una condizione caratterizzata da una ridotta o assente secrezione di paratormone, con conseguente ipocalcemia e sintomi ad essa correlati. La terapia si basa sull’assunzione di calcio e forma attiva della vitamina D e, in un prossimo. Futuro, del paratormone umano ricombinante che rappresenta l’ultima terapia sostitutiva delle insufficienze ghiandolari endocrine, in Italia ancora mancante.

Presentiamo una completa disamina della patologia dall’epidemiologia, alla distinzione tra la forma primaria e quella secondaria, per arrivare alla corretta diagnosi. La presentazione di casi clinici aiuta a comprendere come il goal sia quello di mantenere il paziente asintomatico nel tempo con l’impostazione della corretta terapia.


Osso e muscolo: effetti dell’ipovitaminosi D

Approccio multidisciplinare alla gestione del paziente osteoporotico sarcopenico


L’icosapent etile mantiene la salute delle ossa in persone con sindrome metabolica?

sindrome metabolica osteoporosi

L’icosapent etile è impiegato nel trattamento di malattie cardiovascolari e ha mostrato effetti positivi anche nei pazienti con sindrome metabolica. Un gruppo di ricerca guidato da Miller ha verificato se questo prodotto abbia effetti positivi anche sulla salute dell’osso, dal momento che la sindrome metabolica può comportare osteoporosi. Lo studio pilota ha dato risultati promettenti: i pazienti che hanno assunto icosapent etile hanno mostrato una minore riduzione di densità minerale ossea rispetto ai pazienti che assumevano placebo.

Sindrome metabolica e ossa

La sindrome metabolica, o sindrome da insulino-resistenza, colpisce circa una persona su quattro. La presenza di questo disturbo è definita quando coesistono almeno tre tra questi fattori:

Oltre a predisporre a gravi problemi cardiovascolari, la sindrome metabolica è associata a una diminuzione di grasso ginoide (l’accumulo di adipe sottocutaneo a livello di glutei, cosce e parte bassa dell’addome) e a una minore salute ossea. I pazienti con sindrome metabolica, infatti, presentano ridotta densità minerale ossea (Bone Mineral Density, BMD) e maggiore incidenza di fratture osteoporotiche.

Icosapent etile e salute delle ossa

L’icosapent etile (prodotto puro a base di grassi di omega-3, principalmente acido eicosapentaenoico) ha proprietà anti-aterogene, anti-ossidanti e anti-infiammatorie. Per queste ragioni è impiegato nel trattamento di malattie cardiovascolari, con risultati significativi anche nei pazienti ad alto rischio. Miller e il suo gruppo hanno quindi indagato l’effetto preventivo dell’icosapent etile in pazienti con sindrome metabolica, concentrandosi su due fattori correlati alla malattia: la presenza di grasso ginoide e la salute delle ossa.

I ricercatori hanno studiato 13 pazienti tra i 44 e i 77 anni, 10 donne e 3 uomini, con sindrome metabolica. Ai partecipanti è stato richiesto di mantenere per tutto il periodo dello studio, della durata di 9 mesi, il peso corporeo e le terapie in corso per sindrome metabolica. Sono stati suddivisi in modo casuale:

  • 8 pazienti hanno ricevuto la terapia (4 g di icosapent etile, in due capsule da 2 g assunte con il cibo);
  • a 5 pazienti è andato il placebo (4 g di olio di paraffina assunti in due capsule di 2 g con il cibo).

I ricercatori hanno considerato numerosi parametri prima dell’inizio e alla fine dello studio, incluse misure antropometriche, analisi biochimiche e massa grassa. Relativamente alla salute dell’osso, il gruppo di ricerca ha considerato la BMD e la BMC (Bone Mineral Content), misurate tramite assorbimetria a raggi X a doppia energia).

Conclusioni

I partecipanti che hanno ricevuto l’icosapent etile hanno mostrato diminuzioni in grasso ginoide, BMD e BMC significativamente inferiori rispetto a coloro che hanno assunto il placebo. Dalla ricerca pilota di Miller e il suo gruppo, quindi, risulta che l’assunzione di icosapent etile potrebbe aiutare a mantenere la densità minerale ossea e la distribuzione di grasso ginoide nelle persone con sindrome metabolica. Per verificare l’efficacia del trattamento sono, però, necessari ulteriori studi, longitudinali e con campioni più grandi di pazienti.

Fonti:

Miller, M., Ryan, A., Reed, R. M., Goggins, C., Sorkin, J., & Goldberg, A. P. (2020). Effect of Icosapent Ethyl on Gynoid Fat and Bone Mineral Health in the Metabolic Syndrome: a Preliminary Report. Clinical Therapeutics. DOI: 10.1016/j.clinthera.2020.09.0

Von Muhlen, D., Safii, S., Jassal, S. K., Svartberg, J., & Barrett-Connor, E. (2007). Associations between the metabolic syndrome and bone health in older men and women: the Rancho Bernardo Study. Osteoporosis International, 18(10), 1337–1344. DOI: 10.1007/s00198-007-0385-1

Nedungadi, T. P., & Clegg, D. J. (2009). Sexual Dimorphism in Body Fat Distribution and Risk for Cardiovascular Diseases. Journal of Cardiovascular Translational Research, 2(3), 321–327. DOI: 10.1007/s12265-009-9101-1

Covid-19, ossa sotto attacco

covid ossa
Doctor in protective medical mask and gloves examines an X-ray. Infection and disease in the 21st century concept

Non si contano più gli organi e tessuti che hanno mostrato il fianco al virus SARS-CoV-2 con conseguenze anche a lungo termine. Tra questi anche le ossa, al centro di una sessione del Congresso CUEM 2021, tenutosi i primi di luglio.

Fratture vertebrali hanno impatto clinico sull’infezione

Il danno osseo è testimoniato dallo studio italiano retrospettivo apparso su The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism (1) che ha messo in relazione la prevalenza di fratture vertebrali (VF) e impatto clinico del virus. Nel trial sono stati inclusi 114 pazienti sottoposti a radiografia laterale del torace all’accesso al pronto soccorso. Sono state individuate VF nel 36% dei pazienti studiati (n. 41), soggetti più frequentemente affetti da ipertensione e malattia coronarica. Le condizioni dell’88% dei pazienti con fratture ha richiesto il ricovero ospedaliero rispetto al 14% di quelli senza danni ossei anche nei decessi che hanno colpito il 22% dei soggetti con fratture rispetto al 10% di quelli senza con una mortalità più elevata nei soggetti con danni vertebrali più gravi, rispetto a quelli le cui fratture erano moderate o lievi.

Secondo Andrea Giustina, Co-Presidente del CUEM e Professor of Endocrinology Head, Institute of Endocrine and Metabolic Sciences San Raffaele Vita-Salute University and IRCCS Hospital:

Le fratture vertebrali si sono rivelate un marker semplice di fragilità e data la loro elevatissima prevalenza e il loro potere predittivo di un esito peggiore, potrebbero essere a pieno titolo inserite tra le comorbidita’ già noti per avere un impatto negativo sulla prognosi quali ipertensione, diabete e obesità

Fragilità delle ossa nei pazienti Covid-19

I pazienti Covid-19 ospedalizzati hanno mostrato una particolare predisposizione alla fragilità ossea con alto rischio di fratture. I fattori alla base di questa osservazione potrebbero essere molteplici tra cui gli alti livelli di citochine pro-infiammatorie, bassi livelli di calcio, età avanzata, comorbilità concomitanti come il diabete mellito e i trattamenti con glucocorticoidi associato a immobilizzazione prolungata e perdita di massa muscolare.

In questo senso è importante notare che la terapia cortisonica che si è dimostrata efficace nel migliorare l’outcome dei pazienti COVID-19 ospedalizzati ha importanti effetti collaterali osteometabolici che vanno tenuti presente soprattutto in quei pazienti che continuano ad assumere cortisone a lungo e quindi nella fase post Covid-19.

La lezione appresa dalla Sindrome di Cushing

Stefano Frara della Cattedra di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano  primo autore di una recente review sull’argomento recentemente apparsa su una prestigiosa rivista internazionale riporta che l’Ipercortisolismo endogeno aumenta le fratture particolarmente proprio a livello vertebrale principalmente tramite impatto negativo sulla qualità dell’osso. L’aumento della fragilità scheletrica è riportato nella malattia conclamata ma anche in forme lievi di Ipercortisolismo. In molti studi da noi eseguiti è emerso che la morfometria vertebrale è uno strumento utile emergente nella valutazione della salute ossea nelle forme sia endogene (ipofisarie e surrenaliche) ma anche dovuta alla terapia cortisonica.

 

La salute delle ossa – aggiunge Giustina – può migliorare dopo il controllo / cura dell’Ipercortisolismo, o con la sospensione della terapia cortisonica sebbene la normalizzazione possa verificarsi solo a lungo termine. Pertanto, la consapevolezza, diagnosi, prevenzione / trattamento dei danni ossei  da cortisolo/cortisone rappresentano un bisogno clinico e una buona pratica clinica.

Fare attenzione all’osso anche nei maschi

Un comune denominatore – conclude Giustina – tra gli studi sul COVID-19 (1) e le terapie croniche corticosteroidee (2) è che le fratture vertebrali in queste condizioni non risparmiano in nessun modo il sesso maschile che è risultato perlomeno altrettanto colpito rispetto al sesso femminile. Questo riscontro deve essere da stimolo per tutti gli addetti ai lavori ma anche per la popolazione generale di non trascurare la salute ossea nel maschio evitando di cadere in quel reverse bias di genere che vede l’osteoporosi come patologia esclusivamente femminile. Il dosaggio della vitamina D, così importante anche per il suo ruolo nel sostenere la difesa immunitaria, (3) e una valutazione MOC DEXA della massa ossea nei maschi a rischio di osteoporosi o che abbiano riportato già una frattura sono elementi importanti di buona pratica clinica che la pandemia COVID-19 ci ha ricordato e che non dovremo dimenticare.

Fonti:

  1. di Filippo L et al. Radiological Thoracic Vertebral Fractures are Highly Prevalent in COVID-19 and Predict Disease Outcomes. J Clin Endocrinol Metab. 2021 Jan 23;106(2):e602-e614.
  2. Frara S et al, Best Practice & Research Clinical Endocrinology & Metabolism Volume 35, Issue 2, March 2021, 101515 Osteopathy in mild adrenal Cushing’s syndrome and Cushing disease.
  3. Giustina A. Hypovitaminosis D and the endocrine phenotype of COVID-19. Endocrine. 2021 Apr;72(1):1-11.

COVID e malattie metaboliche: come affrontare ipocalcemia, ipovitaminosi D e fratture

covid fratture
Two doctors in protective masks are looking at an X-ray. Medical service concept

La COVID-19 coinvolge diversi sistemi biologici e organi, incluse le ossa. Probabilmente, questo si deve all’espressione quasi ubiquitaria del recettore ACE2, cui SARS-CoV-2 si lega per penetrare nelle  cellule. Conoscere il legame tra la malattia e il sistema endocrino consente di personalizzare il trattamento dei pazienti ai fini di prevenire esiti più gravi o l’insorgenza di disturbi endocrini provocati da SARS-CoV-2. La European Society of Endocrinology (ESE) ha indagato il “fenotipo endocrino” della COVID-19 evidenziandone le implicazioni in ambito di prevenzione e trattamento.

Problemi endocrini della COVID-19

Il diabete è la comorbidità più frequente associata a gravità e mortalità da COVID-19; inoltre, SARS-CoV-2 risulta indurre questo disturbo. L’obesità aumenta la suscettibilità al SARS-CoV-2 e il rischio di eventi avversi da COVID-19. Per queste ragioni è importante il monitoraggio di dieta, livelli di glucosio del sangue e pressione arteriosa sia nei pazienti con COVID-19 sia in queste popolazioni particolarmente suscettibili.

Anche l’insufficienza adrenale è stata riscontrata in persone con COVID-19. Le cause potrebbero includere eventi trombotici nonché degenerazione e necrosi delle cellule adrenali corticali, riscontrata nelle autopsie. Le persone con insufficienza adrenale risultano quindi a rischio di crisi adrenale in caso di infezione da SARS-CoV-2, oltre a essere maggiormente a rischio di infezione a causa della compromissione delle difese immunitarie associata alla loro condizione. Anche i pazienti con ipercortisolismo (come in caso di sindrome di Cushing), in particolare le persone sotto trattamento con glucocorticoidi, risultano più a rischio di decorso grave.

Uno studio di Frara e colleghi ha recentemente riscontrato un possibile coinvolgimento della ghiandola pituitaria nel fenotipo endocrino della COVID-19, a causa di episodi di apoplessia ipofisaria in pazienti con COVID-19 e frequenti correlazioni con patologie legate all’ipofisi. Sono risultate frequenti anche le disfunzioni tiroidee, come tiroiditi subacute “atipiche” e malattia di Graves.

Carenza di vitamina D, ipocalcemia e fratture vertebrali risultano frequenti nei ricoverati con COVID-19 e impattano negativamente sul decorso della malattia. D’altra parte, anche l’osso è interessato in caso di diabete, molto presente nei decorsi gravi di COVID-19.

Non risultano particolari controindicazioni da vaccino anti COVID-19 per pazienti endocrinologici, per cui la vaccinazione è fortemente raccomandata.

COVID-19, ipocalcemia e ipovitaminosi D

Il calcio gioca un ruolo importante nell’azione di molti virus. L’ipocalcemia, già osservata in pazienti con SARS, è stata riscontrata in oltre 500 pazienti con COVID-19 e associata a parametri correlati all’ospedalizzazione e alla mortalità. Da diversi studi emerge quindi che bassi livelli di calcio sarebbero un carattere distintivo della COVID-19, utilizzabile come predittore della sua gravità. La ESE raccomanda, quindi, di misurare regolarmente i livelli di calcio di tutti i pazienti con COVID-19. Inoltre consiglia di monitorare e trattare adeguatamente i pazienti con ipoparatiroidismo, per prevenire ipocalcemia acuta.

Il calcio è coinvolto nella funzionalità cardiaca e dei neuroni, quindi l’ipocalcemia potrebbe contribuire attivamente agli esiti letali della COVID-19. Per questo è importante considerare anche i fattori che determinano questa condizione. La carenza di vitamina D potrebbe contribuirvi in modo rilevante. In effetti, l’ipovitaminosi D è riscontrata frequentemente nelle persone con COVID-19 (in quasi la metà dei casi da Hutchings e colleghi) ed è stata associata a maggiore gravità e mortalità da COVID-19. È possibile che questo avvenga perché la vitamina D è un importante modulatore delle risposte immunitarie.

COVID-19, fratture e osteoporosi

Tra le più frequenti co-morbidità della COVID-19 ci sono le fratture vertebrali, conseguenze assidue dell’osteoporosi. Come emerge dallo studio firmato di Filippo e colleghi, la mortalità dei pazienti con fratture vertebrali risulta doppia di quella dei pazienti che non ne presentano, con una correlazione con la gravità della frattura. In effetti, le persone con fratture sono generalmente più anziane delle altre, con maggiore incidenza di malattie cardiovascolari. Tuttavia, la presenza di fratture vertebrali può influire direttamente sull’esito della malattia perché diminuisce la funzione respiratoria e aumenta il rischio di polmoniti.

Il monitoraggio della salute ossea risulta quindi importante per la cura del paziente con COVID-19 e per la profilazione della malattia. Secondo gli autori, sembra molto significativo anche il significato prognostico della presenza di fratture vertebrali. Emerge anche l’importanza di un adeguato trattamento per l’osteoporosi ove necessario.

Conclusioni: le raccomandazioni dell’ESE su come gestire il fenotipo endocrino della COVID-19

La European Society of Endocrinology evidenzia l’urgenza di vaccinare tutti gli operatori sanitari, in particolar modo quelli che si occupano di pazienti con COVID-19, e i pazienti endocrinologici, dal momento che non emergono controindicazioni specifiche per queste persone ad alta priorità.

Il report evidenzia l’importanza di seguire misure preventive e protettive, inclusi controllo del peso e cura nutrizionale per prevenire malnutrizione, ipocalcemia e ipovitaminosi D, nei pazienti diabetici, negli obesi e negli anziani. Queste popolazioni devono anche essere indirizzate prontamente a cure mediche in caso di infezioni sospette da SARS-CoV-2.

Nei malati di COVID-19 è consigliato:

  • verificare i livelli di calcio e fare radiografie toraciche all’ammissione, soprattutto in pazienti con ipoparatiroidismo e sintomi da ipocalcemia;
  • monitorare il livello di glucosio ematico in tutte le persone ospedalizzate;
  • monitorare glucosio ematico e pressione arteriosa nei pazienti diabetici;
  • monitorare le persone con ipoadrenalismo, per eventuale aggiustamento del dosaggio di glucocorticoidi.

L’ESE raccomanda, inoltre, che teleconsulto e telemedicina siano praticati e implementati.

 

Fonte: Puig-Domingo, M., Marazuela, M., Yildiz, B.O. et al. COVID-19 and endocrine and metabolic diseases. An updated statement from the European Society of Endocrinology. Endocrine 72, 301–316 (2021). DOI: 10.1007/s12020-021-02734-w

Ossa implicate nell’onda lunga dell’infezione da Covid-19

ossa covid
Doctor in protective medical mask showing pen on x-ray in clinic. Diagnosis of pneumonia covid 19 concept

La recente pandemia ha determinato effetti anche sull’apparato endocrino, tali da far formulare agli esperti la tesi di un ‘fenotipo endocrino’. Proprio il Covid-19 è il tema attorno a cui ruota il CUEM 2021, online in questi giorni.

Vitamina D e Covid-19

“Abbiamo iniziato a pensare subito ad un fenotipo endocrino quando abbiamo ipotizzato su BMJ che la Vitamina D e la sua carenza fossero coinvolte coinvolte nell’aumento della suscettibilità all’infezione nei suoi esiti negativi nel nostro Paese. L’ipotesi si basava sul ruolo importante di questo ormone nel funzionamento del sistema immunitario e sul fatto che i pazienti ospedalizzati mostravano molto bassi livelli di vitamina D in parte perché nei Paesi mediterranei come Italia e Spagna questa carenza è endemica nella popolazione anziana e in quella che vive nelle RSA” spiega il Professor Andrea Giustina, Co-Presidente del CUEM e Professor of Endocrinology Head, Institute of Endocrine and Metabolic Sciences San Raffaele Vita-Salute University and IRCCS Hospital

“Nonostante l’origine della pandemia sia in Cina, Italia e Spagna sono infatti state rapidamente coinvolti e hanno pagato il tributo più alto in termini di decessi (circa il 4% dei decessi da Covid a livello mondiale). Oltre all’interessamento polmonare, caratteristico del virus, sono state notate alterazioni dirette o indirette di organi, tessuti e molecole endocrine”. L’osservazione ha portato ad una revisione narrativa appena pubblicata su Endocrine che è stata al centro del Congresso online.

Revisione narrativa

–> La prima evidenza è che la maggior parte dei decessi si è verificata negli over 70, con la metà dei casi tra gli 80 e gli 89 anni.

–> La seconda è che gli uomini hanno pagato il tributo maggiore: erano a più alto rischio e se infettati, mostravano una maggiore gravità dei sintomi e peggiore outcome.

–> La terza: il diabete mellito si è manifestato come una delle comorbilità più frequenti e questa relazione si è rivelata bidirezionale. Chi aveva già il diabete era a maggior rischio di ricovero e coinvolgimento polmonare più severo e chi non lo aveva prima di ammalarsi di Covid-19, lo sviluppava durante la malattia. Da notare inoltre che una glicemia cronicamente elevata ha effetti negativi sul sistema immune e si associa ad una infiammazione di basso grado che predispone ad una eccessiva reazione infiammatoria che peggiora i danni respiratori. Infine anche le cellule pancreatiche che esprimono il recettore ACE2, la ‘porta’ di ingresso del virus, possono essere bersaglio della malattia e quindi il SARS-CoV-2 può esercitare un ‘effetto diabetogeno’. Tanto che è stato realizzato CoviDIAB, un registro internazionale per raccogliere i casi.

 

Lo studio CORONADO invece ha scoperto che un mix di danno diabetico con retinopatia grave e danno renale era un predittore di mortalità precoce e ancor più interessante, che retinopatia e obesità erano direttamente correlato ad un rischio aumentato di intubazione. Ciò si spiega se pensiamo che la malattia oculare nel diabete deriva da un danno dell’endotelio dei vasi che si può supporre essere generalizzato e interessare anche l’albero respiratorio. Vasi sanguigni danneggiati portano infatti in maniera meno efficiente al polmone e agli organi nutrimento e ossigeno.

Allo stesso modo l’obesità ha aumentato la gravità dell’infezione, il rischio di ricovero, la necessità di cure intensive, l’intubazione e la mortalità. E, insieme al sovrappeso, un alto indice di massa corporea determina una resistenza all’assorbimento di Vitamina D che avrebbe invece un effetto protettivo nei confronti delle infezioni e delle infiammazioni sistemiche, migliora la risposta del sistema immunitario e protegge dall’osteoporosi e dalle fratture.

Ossa implicate nell’onda lunga dell’infezione da Covid-19

L’onda lunga dell’infezione ha interessato anche la salute delle ossa: in uno studio che ha valutato la presenza e l’impatto clinico delle fratture vertebrali in 114 pazienti Covid-19 trovandone nel 35% dei pazienti che non avevano mai ricevuto diagnosi di osteoporosi. Inoltre, il tasso di mortalità complessiva risultava raddoppiato nei soggetti con fratture vertebrali toraciche e più elevato in coloro che avevano una frattura grave rispetto a quelli con fratture lievi o moderate.

 

Ma una delle scoperte che hanno più allertato gli endocrinologi è stato rilevare una correlazione tra Covid-19 e bassi livelli di calcio “In uno studio monocentrico su oltre 500 pazienti, l’ipocalcemia è stata rilevata in tre quarti di essi, condizione che rappresenta un fattore di rischio indipendente per il ricovero in ospedale” ha dichiarato il Professor Ezio Ghigo, Co-Presidente del Congresso “Il calcio era già noto per svolgere un ruolo cruciale nel meccanismo d’azione dei virus avvolti come SARS-CoV-2, MERS e Ebola in quanto necessario per la loro replicazione”.

 

Gli effetti della soppressione del TSH sulla densità minerale ossea nelle donne in post-menopausa

Studiare il rischio di problemi alle ossa in seguito a trattamenti come la soppressione del TSH (ormone tireostimolante) è importante per poter trattare i pazienti in modo mirato. Con questo obiettivo, Donghee Kwak e colleghi hanno analizzato gli studi che monitoravano la salute delle donne che, in seguito a rimozione della tiroide a causa cancro alla tiroide, erano sottoposte a terapia per la soppressione del TSH. In particolare, hanno indagato l’eventuale presenza di correlazioni tra questo trattamento e la densità minerale ossea (BMD), indicatore impiegato per lo screening dell’osteoporosi. Alterazioni del BMD, infatti, possono indicare un rischio di sviluppare fratture.

TSH e ossa

In seguito alla tiroidectomia per cancro a questa ghiandola, generalmente viene prescritta levotiroxina, farmaco che inibisce la produzione di TSH.  Tuttavia, gli effetti della soppressione del TSH in seguito a tiroidectomia sono controversi, anche perché in alcuni casi questa terapia provoca effetti collaterali. Infatti, gli ormoni tiroidei sono importanti nella regolazione del metabolismo e hanno effetti anche sulla salute delle ossa. Da alcune ricerche risulta che tale trattamento abbia effetti negativi sulla BMD. Secondo lo studio di Bauer e colleghi del 2001, le donne che presentano un livello di TSH molto basso avevano un rischio 3 volte maggiore di fratture all’anca e 4 volte maggiore di fratture alle vertebre.

La ricerca

Donghee Kwak e colleghi hanno analizzato 16 studi caso-controllo che avevano monitorato donne post-tiroidectomia per una durata compresa tra 1 anno e 15 anni. I soggetti sono stati divisi in due categorie:

  • 426 pazienti con cancro alla tiroide che avevano subito tiroidectomia ed erano sottoposte a terapia di soppressione del TSH;
  • 701 donne sane.

Gli studiosi hanno considerato fattori quali:

  • livello di TSH nel sangue (molto basso: <0,10mIU/L; moderato: 0,10–0,49 mIU/L; leggermente basso o normale: 0,50–2,0 mIU/L);
  • durata del follow-up;
  • età delle donne all’inizio dello studio;
  • BMI all’inizio dello studio;
  • gruppo etnico di appartenenza;
  • estensione della tiroidectomia (totale o subtotale).

Conclusioni: l’effetto della carenza di TSH sulla salute delle ossa

Rispetto ai controlli, le donne del primo gruppo con TSH inferiore 0,10 mIU/L a causa di farmaci soppressivi del TSH in seguito a tiroidectomia avevano un BMD della spina lombare significativamente inferiore, anche tra gli studi con un follow-up superiore a 10 anni. Non si osservava alterazione significativa del BMD nel collo del femore. Non vi erano differenze rilevanti in nessuno dei due casi nelle pazienti con soppressione moderata del TSH (0,10-0,49 mIU/L).

Dall’articolo risulta che anche la tiroidectomia totale è correlata a effetti negativi sul BMD, in particolare sul collo del femore, mentre una tiroidectomia sub-totale non sembra presentare la stessa associazione.

Questi risultati suggeriscono che potrebbe essere necessario dosare la levotiroxina per bilanciare  gli effetti positivi di prevenzione del cancro con quelli negativi sulla salute ossea. Secondo gli scienziati, è comunque necessario eseguire ulteriori indagini, dal momento che lo studio potrebbe includere fattori confondenti. Inoltre, occorre verificare quanto la carenza di TSH influisca sul rischio di fratture.

 

 

Fonte: Kwak D, Ha J, Won Y, Kwon Y, Park S. Effects of thyroid-stimulating hormone suppression after thyroidectomy for thyroid cancer on bone mineral density in postmenopausal women: a systematic review and meta-analysis. BMJ Open. 2021 May 13;11(5):e043007. doi: 10.1136/bmjopen-2020-043007. PMID: 33986046; PMCID: PMC8126273

L’efficacia dell’attività fisica ad alta e bassa intensità per osteoporosi e fratture ossee

attività fisica osteoporosi
Elderly woman exercising during pilates for seniors in retirement home

Tra le attività fisiche che aiutano a prevenire e affrontare osteoporosi e fratture ossee vi sono i metodi di allenamento a resistenza e impatto ad alta intensità, HiRIT, e gli esercizi a bassa intensità Buff Bones®. Lo studio di Melanie Kistler-Fischbacher e colleghi, pubblicato online (non ancora su carta), ha comparato l’efficacia di questi due metodi. Li ha valutati anche in base all’assunzione o meno di farmaci anti-osteoporotici, che riducono il rischio di fratture.

Attività fisica per osteoporosi e fratture ossee

L’esercizio fisico è incluso tra le raccomandazioni per la prevenzione secondaria dell’osteoporosi. Le attività che aiutano a contrastare l’insorgenza di questo disturbo sono molteplici.

  • Attività quotidiane, come camminare, salire le scale, sollevare le buste della spesa, fare giardinaggio.
  • Sport leggeri, come jogging, aerobica, danza, tennis.
  • Esercizi a bassa intensità come il pilates. Un esempio è Buff Bones®, che presenta una precisa serie di esercizi per rinforzare le ossa e a migliorare l’equilibrio, riducendo così i rischi di cadute, che sono importanti fattori di rischio di fratture.
  • Esercizi ad alta intensità, come sollevamento pesi, squat, salti e step. Un’attività fisica che include esercizi di questo tipo è l’allenamento ad alta densità e resistenza all’impatto (HiRIT).
    • I farmaci anti-riassorbitivi

I farmaci anti-riassorbitivi sono terapie che aumentano la resistenza delle ossa agendo sul metabolismo osseo. Ne esistono cinque classi, ognuna più o meno efficace a seconda del paziente:

Lo studio e i risultati

I ricercatori li hanno valutati da soli o in combinazione con farmaci anti-riassorbitivi, verificandone l’efficacia tramite indici del rischio di fratture ossee (tra cui: densità minerale ossea, forza muscolare e performance funzionale). In particolare, è stata indagata la densità minerale ossea (BMD) del rachide lombare e dell’anca.

Lo studio ha considerato 115 donne con bassa BMD (T-score ≤ -1.0), tra i 62 e i 64 anni, suddivise in quattro categorie:

  • quarantadue donne che hanno eseguito allenamenti HiRIT per 40 minuti due volte a settimana per otto mesi;
  • quarantaquattro che hanno seguito l’allenamento Buff Bones® per otto mesi;
  • quindici che si sottoponevano agli esercizi HiRIT e assumevano da almeno un anno farmaci anti-riassorbitivi;
  • quattordici che eseguivano gli allenamenti a bassa intensità e prendevano da almeno un anno farmaci per l’osteoporosi.

Gli eventi avversi sono stati solo sette, a fronte di miglioramenti significativi nella forza muscolare e negli indici del rischio di frattura ossea. HiRIT è risultato significativamente più efficace dell’allenamento a bassa intensità, in particolare per quanto riguarda:

  • l’aumento della BMD lombare (1,9 ± 0,3% contro lo 0,1 ± 0,4%, p < 0,001);
  • l’incremento della statura (0,2 ± 0,1 cm contro -0,0 ± 0,1 cm, p = 0,004);
  • il miglioramento della performance funzionale di gambe e schiena. I risultati sembrano essere positivamente correlati con il massimo peso sollevato.

Sembra, inoltre, che i farmaci anti-riassorbitivi possano aumentare l’efficacia degli esercizi a livello del rachide lombare e del femore prossimale.

Questi risultati sono promettenti, ma sono necessarie ulteriori indagini.

Fonti:

Kistler-Fischbacher M., Yong J.S., Weeks B.K., Beck B.R. (2021). A Comparison of Bone-Targeted Exercise With and Without Antiresorptive Bone Medication to Reduce Indices of Fracture Risk in Postmenopausal Women With Low Bone Mass: The MEDEX-OP Randomized Controlled Trial. J Bone Miner Res. 2021 May 25. DOI: 10.1002/jbmr.4334

National Institute of Aging, Four Types of Exercise Can Improve Your Health and Physical Ability

Chen J., Sambrook P. (2012). Antiresorptive therapies for osteoporosis: a clinical overview. Nat Rev Endocrinol 2012 8, 81–91. DOI: 10.1038/nrendo.2011.146

 

Il rischio di osteoartrosi è correlato alla carenza di vitamina D e alla densità minerale ossea?

osteoartrosi vitamina D

Hansaem Park e Clara Yongjoo Park hanno recentemente pubblicato uno studio in cui hanno analizzato il rischio di sviluppare osteoartrosi in relazione al livello sierico di vitamina D e alla densità minerale ossea (BMD). A questo scopo hanno attinto a dati trasversali di una banca dati statunitense, la NHANES (National Health and Nutrition Examination Survey).

I ricercatori hanno classificato la salute ossea della popolazione studiata in base al T-score, la densitometria ossea. Il rischio di osteoartrite è stato valutato tramite regressione logistica. Dai risultati è emerso che il rischio di osteoartrite non era correlato alla BMD, mentre risultava più basso negli uomini con livelli insufficienti di vitamina D nel sangue. Non sono state riscontrate correlazioni tra il livello di vitamina D sierica e osteoartrosi nelle donne. Questi risultati, parzialmente in contrasto con studi precedenti, aprono interessanti interrogativi.

Osteoartrosi e vitamina D

La vitamina D3 (colecalciferolo o calcitriolo, nella sua forma biologicamente attiva) tra le sue azioni fisiologiche include la regolazione del metabolismo osseo. Per questo diversi studi, come quello di Felson e colleghi del 2007, hanno indagato l’associazione tra la sua carenza e l’insorgenza dell’osteoartrosi, un disturbo che consiste nella perdita di cartilagine e di osso sottostante (l’osso subcondrale). I risultati sono stati contrastanti.

Hansaem e Clara Y. Park hanno analizzato i dati del NHAMES raccolti sugli ultraquarantenni tra il 2007 e il 2010. Il campione includeva 2934 persone. Hanno considerato il livello sierico della forma attiva di vitamina D, il calcitriolo (25-idrossivitamina D o 25-OH-D3), dividendo la popolazione studiata in:

  • livello di 25-OH-D3 inferiore a 20 ng/mL, che mostra un’insufficienza;
  • livello di 25-OH-D3 uguale o superiore a 20 ng/mL.

I partecipanti della prima categoria risultavano avere un rischio più basso del 37% di osteoartrosi (con un intervallo di confidenza del 95%). Stratificando secondo il sesso, il rischio relativo (odds ratio) per gli uomini era 0,35, mentre per le donne non vi erano correlazioni statisticamente significative. Da questo studio, il rischio di sviluppare osteoartrosi risulta minore per gli uomini con carenza di calcitriolo. Il risultato, in contrasto con studi precedenti, mostra che potrebbe non esservi un legame tra l’assunzione di vitamina D e l’insorgenza di osteoartrosi.

Osteoartrosi e densità minerale ossea

Per indagare la possibilità che la BMD possa essere usata come predittore dell’insorgenza di osteoartrosi, gli studiosi hanno analizzato i dati di 5949 statunitensi raccolti dal NHANES tra il 2005 e il 2010 e tra il 2010 e il 2013. Hanno suddiviso la popolazione studiata per terzile di BMD e per mezzo del T-score, in base al quale li hanno distinti in tre categorie:

  • stato normale (T-score superiore a -1);
  • osteopenia (T-score compreso fra -1 e -2,5);
  • osteoporosi (T-score inferiore a -2,5).

Il rischio di osteoartrite non è risultato diverso a seconda del metodo di valutazione usato (terzile o T-score). In entrambi i casi la densità minerale ossea non è risultata correlata al rischio di osteoartrosi tra gli adulti statunitensi indagati. Anche questo risultato è in contrasto con studi precedenti, dai quali risulta che una BMD più alta sarebbe associata a una maggiore insorgenza di osteoartrosi.

 

Fonti

Park H, Park CY. Risk of Osteoarthritis is Positively Associated with Vitamin D Status, but Not Bone Mineral Density, in Older Adults in the United States. J Am Coll Nutr. 2021 May 25:1-9. doi: 10.1080/07315724.2020.1787907. Epub ahead of print. PMID: 34032559.

Hardcastle, S. A., Dieppe, P., Gregson, C. L., Davey Smith, G., & Tobias, J. H. (2015). Osteoarthritis and bone mineral density: are strong bones bad for joints?. BoneKEy reports, 4, 624. https://doi.org/10.1038/bonekey.2014.119

 

Osteoporosi e microbiota: il ruolo dei microRNA

osteoporosi microbiota

Attraverso il microbiota potrebbe essere possibile controllare i microRNA (miRNA), che sono coinvolti nello sviluppo dell’osteoporosi. Negli ultimi anni, infatti, i miRNA sono emersi come biomarcatori per alcune patologie e da recenti ricerche sembra che potrebbero esserlo anche per l’osteoporosi. Indagare sul loro rapporto con la flora batterica e il rimodellamento osseo può essere importante per la prevenzione e il monitoraggio della malattia.

Osteoporosi, sistema immunitario e microbiota

Dal momento che l’osso è un tessuto plastico, soggetto a continuo rimodellamento, uno squilibrio nella sua regolazione porta a patologie. L’osteoporosi è dovuta a un eccessivo riassorbimento del tessuto osseo, a cui consegue una bassa densità minerale. Il sistema immunitario ha un ruolo fondamentale in questo processo, al punto che si parla di “osteoimmunologia” in riferimento al rapporto tra questo sistema e il rimodellamento osseo.

  • Le citochine infiammatorie, in particolare IL-1, IL-7 e TNFalfa, aumentano l’attività, l’attivazione e la sopravvivenza degli osteoclasti.
  • Le cellule T regolatorie riducono l’attività degli osteoclasti e controllano la produzione delle citochine.
  • Le cellule T helper 17 sono correlate alla perdita di densità ossea in menopausa.

Nel 2015, Ohlsson e Sjörgen hanno coniato anche il termine “osteomicrobiologia” per definire il rapporto funzionale tra ossa e microbiota, i migliaia di miliardi di microrganismi con cui abbiamo un rapporto di simbiosi mutualistica. In effetti, l’alterazione della composizione della flora batterica, soprattutto a livello intestinale, è correlata a diversi disturbi. Tra questi vi è l’osteoporosi, poiché il microbiota regola anche il rimodellamento osseo, tramite diversi meccanismi:

  • migliora l’assorbimento del calcio a livello intestinale;
  • aumenta la biodisponibilità di estrogeni;
  • favorisce l’azione della vitamina D;
  • modula le risposte immunitarie e il metabolismo osseo influendo sull’espressione dei miRNA.

Il ruolo dei microRNA nell’osteoporosi

I microRNA (o miRNA) sono sequenze lunghe 18-25 nucleotidi di RNA non codificante che regolano l’espressione genica. Legandosi a un mRNA target, infatti, ne provocano la repressione e/o la degradazione. Sono coinvolti in diverse patologie, come alcuni tipi di cancro, in cui potrebbero essere utilizzate come biomarcatori.

Nella crescita ossea i microRNA hanno un ruolo essenziale, poiché agiscono su geni coinvolti nel metabolismo osseo e in particolare in:

  • riassorbimento osseo;
  • mineralizzazione della matrice ossea;
  • metabolismo dello ione calcio;
  • differenziamento del tessuto osseo.

Per questo, come dimostrano numerosi studi sperimentali, i miRNA sono coinvolti anche nell’insorgenza dell’osteoporosi. La capacità del microbiota intestinale di intervenire nell’espressione dei miRNA sembra avere un ruolo in questo meccanismo. Alcuni esempi:

  • i batteri del genere Firmicutes, che aumentano significativamente nei pazienti con osteoporosi, da alcuni studi risultano modificare l’espressione di miRNA associati alla patologia, come miR-21;
  • la somministrazione di Klebsiella pneumoniae sembra comportare un aumento della produzione di miR-223/142, presente anche in alcuni soggetti con osteoporosi;
  • i generi Escherichia e Shigella possono modificare miRNA coinvolti nell’insorgenza di osteoporosi e sono più abbondanti in persone con osteopenia;
  • Lactobacillus acidophilus e Bifidobacterium bifidum influenzano l’espressione di alcuni miRNA associati all’insorgenza di osteoporosi in modelli animali.

In letteratura sono presenti anche studi contrastanti con questi risultati, dunque sarebbe bene approfondire le indagini.

Conclusioni

Grazie a questi risultati si aprono due prospettive interessanti.

  • Come riportato in alcune ricerche, i miRNA potrebbero essere usati come marcatori prognostici o diagnostici per l’osteoporosi. Risultano essere potenziali biomarcatori già per altre patologie, ad esempio alcuni tipi di cancro.
  • Poiché il microbiota influenza l’espressione di miRNA coinvolti nello sviluppo di osteoporosi, agire sulla flora batterica potrebbe costituire un’ottima prospettiva per il trattamento di questa malattia. Ad esempio, la cura dell’alimentazione, l’uso di probiotici e una maggiore cautela nell’uso di antibiotici potrebbero costituire un approccio a basso costo e più semplice di quanto sarebbe agire direttamente sulla regolazione dell’espressione genica, ad esempio attraverso i farmaci epigenetici.

Fonte: De Martinis M, Ginaldi L, Allegra A, Sirufo MM, Pioggia G, Tonacci A, Gangemi S. The Osteoporosis/Microbiota Linkage: The Role of miRNA. Int. J. Mol. Sci. 2020 Oct 21(23), 8887. doi: 10.3390/ijms21238887.

 

Agli over 60 interessa la salute delle proprio apparato muscolo-scheletrico

over 60

Una vera fonte di ispirazione per tutti: energici, pieni di vita e desiderosi di fare progetti. A oltre un anno dall’inizio di una pandemia mondiale che li ha visti al centro dell’attenzione, gli italiani over 60 si dimostrano resilienti, soddisfatti per la vita vissuta ma anche con tanta voglia di realizzare nuovi sogni. Per gli over 60 l’attuale fase della vita è ancora ricca di possibilità e foriera di gratificazioni: ​4 intervistati su 5 dichiarano di avere intenzione di vivere la propria vita appieno, e per più di metà si presenta l’occasione di fare quello che non si ha ancora avuto la possibilità di fare o di stabilire nuovi progetti e obiettivi per il futuro. Con una mente dinamica e piena di ottimismo sono comunque consapevoli della necessità di prestare più cura al proprio stato fisico e quindi a muscoli e articolazioni che risultano essere le aree maggiormente problematiche, anche e soprattutto attraverso il movimento fisico e l’uso di integratori alimentari per “ricaricarsi” di energia.

Questi, alcuni dei risultati della ricerca realizzata da Doxa Pharma per Nutricia Fortifit che ha voluto tratteggiare il profilo dell’universo 60+ e dei segmenti che lo compongono, rispetto a variabili sociodemografiche, comportamentali e di atteggiamento.

Una vita intensa e con solidi punti di riferimento quella dei “silver italiani” che ritrovano nelle relazioni familiari (per il 62%) e di coppia (per il 49%) gli aspetti portanti del percorso di vita, sia in termini di impegno dedicato, sia in termini di soddisfazione generata. La percentuale aumenta tra chi si prende cura dei nipoti (sale all’82% per le relazioni familiari). Complessivamente, 3 persone su 4 si dichiarano soddisfatte del proprio percorso di vita.​ Il passare degli anni viene vissuto con una attitudine positiva: per larga parte del campione con il passare degli anni si apprezza di più tutto ciò che si ha (83%) e si abbandonano i pensieri negativi per concentrarsi sugli aspetti positivi e gratificanti della vita (81%).

In questa fase della vita, 8 senior su 10 dichiarano di aver voglia di godersi la vita al massimo delle proprie possibilità e il 52% si dice pronto ad aprirsi a nuove esperienze.

Le aree in cui si concentra progettualità sono la salute e i viaggi, ambiti da riconsiderare o riscoprire, ​le le relazioni familiari / di coppia, verso le quali preservare l’impegno già profuso in passato.​

Ben il 71% del campione dichiara di pensare ai progetti da realizzare in futuro. La percentuale aumenta tra chi è soddisfatto del proprio stato di salute.  Un tema molto attenzionato risulta essere quello della prevenzione dello stato di salute che viene ricondotto soprattutto alla volontà di mantenersi “attivi e dinamici” e quindi alla consapevolezza dell’importanza del movimento che cresce con l’aumentare dell’età.

Nel complesso 2 ultrasessantenni su 3 si dichiarano in “buona salute” con una percezione che varia soprattutto in funzione dell’età.

Lo stato mentale è l’aspetto della salute più soddisfacente per gli intervistati, ben l’85% dei rispondenti ritiene di avere ottima memoria e concentrazione. ​Chi gode di buona salute tende a mantenere il proprio benessere, oltre che attraverso controlli regolari (56%), con attività fisica e alimentazione (52%). Le aree più “problematiche” risultano essere quelle fisiche con una concentrazione più alta per muscoli (51%) e articolazioni (49%)

I rimedi più utilizzati per far fronte ai problemi di salute vissuti di recente sono integratori e farmaci.  I farmaci sono utilizzati maggiormente per i sintomi fisici (per il 33% del campione), come i dolori osteo-articolari, gli integratori rispondono invece meglio al bisogno di ricaricarsi o anche a problematiche muscolari (36% del campione).

“La fisiologica perdita di massa muscolare correlata all’età può avere un impatto sulla qualità della vita portando a minore agilità nei movimenti, maggiore stanchezza fisica, ma anche un maggior rischio di cadute e conseguenti fratture. Per favorire un invecchiamento qualitativamente migliore abbiamo sviluppato 3 prodotti che rispondono a specifiche esigenze/aree di disagio individuate: FortiFit muscoli e articolazioni (agilità di movimento), FortiFit muscoli ed energia (stanchezza fisica), FortiFit muscoli e ossa (rischio di cadute correlate ad instabilità posturale e debolezza muscolare). Tutti e tre i prodotti contengono sieroproteine che vantano caratteristiche specifiche rispetto alle altre fonti proteiche. Le sieroproteine sono a rapido assorbimento quindi subito disponibili per la sintesi proteica. Inoltre, apportano aminoacidi essenziali e ramificati fra cui la leucina. Gli aminoacidi essenziali non possono essere sintetizzati dal nostro organismo e quindi è importante averne un adeguato apporto con la dieta. Fra gli aminoacidi ramificati è in particolare la leucina a contribuire al mantenimento e alla crescita della massa muscolare” spiega Fabio Battaini, Medical&Scientific Affairs Director Danone Nutricia S.p.A. Società Benefit

L’atteggiamento positivo e ricco di progettualità che i senior manifestano si riflette anche sulla convinzione di poter fare ancora molto per mantenere o migliorare il proprio stato di salute, riscontrata in quasi 2/3 dei casi.​

“Attraverso una lettura di questi risultati è possibile percepire come, nel tempo, sia cambiato il concetto di “terza età”. Oggi parliamo di “healthy aging”, un concetto molto ampio che parte da un’attitudine a curare la propria salute, molto più che in passato, anche attraverso la prevenzione. Mai come adesso ci siamo resi conto che è fondamentale poter e saper invecchiare bene. Non solo è importante ma è anche un obiettivo raggiungibile con la giusta dose di consapevolezza e determinazione” conclude Andrea Parachini, Client Director di Doxapharma.

 

Quanto si sa sull’osteonecrosi dei mascellari legata ai bisfosfonati?

osteonecrosi bisfosfonati

L’osteonecrosi dei mascellari legata a terapie che prevedono la somministrazione di bisfosfonati per via orale o intravenosa (medication-related osteonecrosis of jaws, MRONJ) è un evento avverso caratterizzato dall’esposizione delle ossa dovuta a deterioramento della regione maxillofacciale. Sebbene la sua incidenza sia tutto sommato non elevata, i pazienti colpiti da questa condizione soffrono di un peggioramento della qualità della vita piuttosto considerevole.

Uno studio condotto dal gruppo di El-Ma’aita ha permesso di focalizzare l’attenzione sulla reale conoscenza di questa malattia da parte dei pazienti e degli specialisti coinvolti nel team multidisciplinare, svelando come le conoscenze dei partecipanti fossero sorprendentemente alquanto limitate.

Le domande giuste su osteonecrosi e bisfosfonati

Per capire quale fosse il grado di conoscenza sui i temi che ruotano intorno alla MRONJ, il gruppo di ricerca ha stilato un questionario per valutare non soltanto la loro consapevolezza sulla possibilità di sviluppare la malattia ma anche per capire se avessero avuto un appropriato esame odontoiatrico prima di sottoporsi alla terapia con bisfosfonati.

I pazienti che hanno accettato di sottoporsi al questionario sono stati 110, tra cui 84 donne e 26 uomini con un’età compresa tra i 40 e i 78 anni.

Una patologia molto temuta ma che pochi conoscono

L’analisi dei risultati del test ha mostrato come solo il 12,4% (ovvero 15 intervistati) era effettivamente consapevole del rischio di incorrere in una patologia come la MRONJ.

La cosa più sorprendente risiede nel fatto che soltanto 5 di loro (ovvero il 33%) ha ricevuto informazioni dettagliate dal proprio medico curante. La restante parte, infatti, ha affermato di aver recuperato informazioni per conto proprio (6,7%) o tramite altre fonti di informazione (20%) oppure tramite un colloquio con il proprio dentista (40%).

Da notare come solo 6 pazienti (il 5% degli intervistati) è stato indirizzato verso un esame odontoiatrico prima di iniziare il trattamento con bisfosfonati.

Poca informazione legata ad una bassa cooperazione

Lo studio condotto dal gruppo di El-Ma’aita dimostra quindi come siano poco diffuse le conoscenze sulle conseguenze che possono avere le terapie con bisfosfonati (quali ad esempio l’osteonecrosi del mascellari), con solo una piccola parte degli intervistati che afferma di conoscere la patologia.

Ancora più allarmante è invece la percentuale di quelli che è venuto a conoscenza della malattia tramite un confronto con lo specialista (circa un terzo degli intervistati) che denota non solo una scarsa qualità del rapporto medico-paziente ma anche una migliore preparazione del dentista per quanto riguarda questo ambito.

Da studi precedenti emerge infatti che in molti Paesi, la maggior parte dei medici non è consapevole del rischio di MRONJ a cui va incontro il paziente quando viene sottoposto a bisfosfonati (siano essi orali o intravenosi) ed è stato dimostrato come la mancata informazione dei pazienti derivi in realtà da una mancata informazione del medico in prima istanza.

Alla luce di questi dati, appare dunque chiaro come sia ancora più importate porre l’accento sulla cooperazione tra le varie figure del team multidisciplinare (specialista e dentista in primo luogo) per migliorare il risultato del percorso terapeutico del paziente in cura, indirizzandolo verso un trattamento preventivo del cavo orale che riduca o annulli del tutto il rischio di incorrere in malattie come la MRONJ, che spesso impattano pesantemente sulla qualità della vita quando sono in cura con bisfosfonati.

Fonte: El-Ma’aita A, Da’as N, Al-Hattab M, Hassona Y, Al-Rabab’ah M, Al-Kayed MA. Awareness of the risk of developing medication-related osteonecrosis of the jaw among bisphosphonate users. J Int Med Res. 2020 Sep;48(9):300060520955066. doi: 10.1177/0300060520955066. PMID: 32924697; PMCID: PMC7493245.

 

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